mercoledì 27 agosto 2014

Sarajevo...percorsi di avvicinamento

il Sebilij - la fontana dei piccioni


Quando siamo arrivati a Sarajevo dopo una settimana sulla costa Montenegrina mi sono sentita a disagio. Ho pensato “Ma che ci faccio (di nuovo) qui?”
Avevo ancora il sale sulla pelle, l’aria salmastra che avevo lasciato al mattino e il caldo sole montenegrino mi sembravano lontani anni luce, non ero pronta a Sarajevo. Sarà che Sarajevo è intrisa di così tanti sentimenti, sarà che è così malinconica e vitale allo stesso tempo, sarà che trasuda storia in ogni angolo e che ha sempre uno sguardo sul suo passato  e che allo stesso tempo si affaccia curiosa al futuro, sarà che vista da lontano è così serena e tranquilla, con le sue montagne verdi e la placida Miljacka, ma che ha un cuore in tumulto se ci entri dentro, sarà che in una via sei in Occidente e in quella dopo sei catapultata in Turchia. Sarà che la confusione e i colori della sua Bascarsija sono così in contrasto con i palazzi grigi della periferia. Sarà che ogni volta che pensi di averla capita, ti sfugge di nuovo e ti sorprende.
Sarà che Sarajevo mi assomiglia. E quindi mi costringe a guardarmi dentro.
Cha hai fatto Sarajevo in questi 5 anni che non ci vediamo? Che sei diventata, bella mia?

vista dalla finestra di casa "nostra"

Arriviamo nella nostra casa subito dopo il ponte di Čobanija, di fronte al Teatro Nazionale, mia figlia salta giù dall’auto  e ride quando le dico “Benvenuta a Sarajevo” (“aaaaah ah ah, benvenuta a Sarajevo”…chissà perché l’ha divertita tanto, dopo continuava a ripeterlo).
Io sono diventata grande, ho fatto una figlia, sono diventata mamma in questi 5 anni. E tu, bella mia, cosa mi racconti?
Ho visto che hai un ponte nuovo, lo chiamano “la pista da skateboard” pechè in effetti ci assomiglia, ma in realtà si chiama Festina Lente, dal latino “affrettati lentamente” , la sera è illuminato da led bianchi.  (Quanti ponti diversi sulla tua Miljacka, eh? Il ponte Latino, tutto in pietra, il Čobanija Most, tutto in acciaio, che dicono sia stato fatto da Eiffel, l’altro ponte in legno di cui non ricordo il nome…)

la Vijecnica

E poi la Biblioteca Nazionale,  la tua Vijecnica, tornata all’antico splendore e riaperta al pubblico da questa primavera, anche se tutti quei libri e quei manoscritti andati in fumo sono persi per sempre.  Domani la vedrò, ho mantenuto la promessa fatta 5 anni fa quando ancora era tutta impacchettata dalle impalcature.
Saliamo in casa, sembra una baita di montagna, con il tetto mansardato in legno, il parquet e il caminetto e ancora per un attimo sento una stretta al cuore e penso che dovrei essere ancora a Petrovac, a quell’ora mi starei asciugando i capelli con l’ultimo raggio di sole sul mio terrazzino.
Ma poi scendiamo in strada, attraversiamo il ponte di Eiffel e siamo risucchiati dalla musica da discoteca che viene dal quartiere Austro-Ungarico, c’è il Sarajevo Film Festival in corso e la città è piena di eventi e feste, traboccante di musica, di giovani, di bellissime ragazze in vestiti succinti e dai colori sgargianti, faccio fatica a farmi strada in mezzo alla folla con il passeggino di mia figlia.
Faccio strada io, abbiamo un tavolo prenotato da Dveri, nel cuore della Bascarsija e siamo già in ritardo. In quel momento mi rendo conto di una cosa strana, soprattutto per una come me che ha un senso dell’orientamento pessimo:  mi sembra di essere tornata “a casa”, conosco le strade, i nomi delle vie, i nomi dei ponti, ho dei punti di riferimento, ricordo i negozi…so orientarmi!
E’ una sensazione che non so spiegare, è come essere tornati in un luogo conosciuto, non in una città dove sono stata per due giorni 5 anni prima. E’ come se a Sarajevo ci fossi tornata decine di volte in questi 5 anni. E’ come se io le appartanessi. E in quel momento capisco quanto mi è mancata e quanto sono stata stupida a temere di reincontrarci...

...to be continued...

domenica 3 agosto 2014

I love Balkans...ecco perchè!

A pochi giorni dalla partenza di questo viaggio che sarà un ritorno, un viaggio tanto sognato e atteso, un viaggio la cui ispirazione mi ha illuminato per il lungo inverno e che poi si è mano a mano concretizzato in prenotazioni, guide, piantine delle città, traghetti ecc...durante tutta la primavera, eccomi a parlarvi del sentimento che provo per quella Terra.

Non lo farò con parole mie, ma con le parole di chi le ha sapute usare in modo superbo raccontandomi tramite i suoi libri e i suoi articoli di giornale, quei Paesi così ricchi di contaminazioni, profumi,colori e contraddizioni: il giornalista e scrittore Paolo Rumiz.

(Fonte: Osservatorio dei Balcani )





Rumiz e i Balcani. Note bastarde che parlano al cuore dell'uomo






Potrei parlarvi di odio e scannamenti, di profughi e kalashnikov; dirvi di una terra lacerata con l'occhio gelido della geopolitica. Invece no. Vi dirò dei suoni di un mondo inquieto, dell'acustica che nasconde l'anima dei suoi luoghi. La mia anima è piena di quelle frequenze. Essa li cerca come Orfeo e la sua cetra, gli va dietro oltre il confine del mondo dei vivi, là dove abita Persefone. Sente che quei suoni partigiani resistono alla grande omologazione globale, alla tirannia del pensiero unico.
Sono figlio della frontiera. Italiano di lingua, tedesco di cultura, slavo di stomaco e fegato, turco di canto e di cuore, ebreo di fascinazione. I Balcani abitano nel mio stesso cognome, che contiene la radice "Rum" di Rumelia, la parte europea - romana - dell'impero ottomano. Credo, di conseguenza, di avere dentro di me qualcosa che mi aiuta a sentire nel modo giusto quello spazio del mappamondo.
E allora cominciamo così a caso, là dove mi porta la memoria del lungo viaggiare. Cominciamo da due ex belle donne di Novi Sad, alte sul metro e ottanta, che si avvicinano a un fisarmonicista seduto davanti al Danubio, gli mettono in mano una banconota, gli dicono "dài, facci piangere", gli fanno spremere dallo strumento oceani di tristezza e secoli di sradicamenti, ballano e si abbracciano senza badare ai passanti.
I Balcani sono questi lampi di immagine. Cose come un belgradese che esce per strada esultando per una buona notizia, assolda tre zingari armati di fiati e tamburi, e assieme a loro gira la città con una bottiglia di rakija in mano e un codazzo di passanti che ballano ascoltando la sua musica.
In quel mondo trionfa la condivisione teatrale di gioia e malinconia. Come quella di un greco che, in una locanda di Salonicco, festeggia un buon affare frantumando una montagna di piatti, metodicamente, uno a uno, tra gli applausi dei clienti e del taverniere, e poi, colto da improvvisa nostalgia di qualcosa, va a nascondersi in un locale "proibito" per estenuarsi in un assolo di rebetiko, ginocchia piegate, braccia larghe e sigaretta in bocca, davanti a una cantante rauca venuta da Smirne e un suonatore di buzuki rugoso come un Cheyenne.
Balcani sono una stazione austriaca con una porta a vetri che si spalanca con un colpo di vento e spinge dentro la sala d'aspetto una giovane zingara dalla magnifica treccia corvina, gonna lunga e vermiglia da flamenco, il suo neonato in un fagotto al fianco, che chiede soldi con occhi di fuoco e lascia gli astanti senza fiato.
Balcani sono una giovane turca che strappa una storia d'amore alla tua ostinata reticenza occidentale, la ascolta in silenzio col viso rigato di lacrime, alla fine ti dice "Hai la lingua di miele, straniero", e poi per ringraziarti canta per te qualcosa che ti ara l'anima, un motivo di nome "Ayrilik", che vuol dire "dolce mancanza", con una voce che pare un flauto di canna nel deserto.
E ancora, il trans-danubio verso il confine della Vojvodina, con binari morti, zingari, cavalli, letamai e zucche troppo grandi sulla strada, in una nebbia in cui tutto fluttua come in un bicchiere d'acqua e Pernod; oppure una cameriera slava, capelli corti e nastro nero al collo, che ti fa l'occhiolino apertamente in una birreria lungo una strada della Pannonia.
Balcani è camminare nel fango verso le prime propaggini dei Carpazi, là dove finiscono i treni d'Occidente e nei binari inizia lo scartamento "sovietico", diverso di pochi ma fatali centimetri da quello europeo. Balcani sono la prima confusa percezione degli spazi dell'Est, freddo monosillabo totalitario che esclude la parola, più dolce, di "Oriente".
Rivedo, ora, una contadina che, nonostante le unghie sporche e l'odore di aglio, mi stende con una sciabolata di occhi torbidi, fianchi inguainati di nero e maturi melagrani ansimanti; visione che dura solo un attimo, fino a quando lei non si schiarisce la voce emettendo una specie di ruggito e, dopo aver sputato, non chiama qualcuno in cucina con voce da camionista.
Ecco, ora le immagini e i suoni vengono senza più difficoltà. Sento il canto monotono dei Sufi Bektashi in Albania, nelle valli dimenticate dove i Romani tracciarono la via Egnazia. Il silenzio di una nevicata sui minareti di Sarajevo e i gridi di centinaia di rondini una sera sui Monti Rodopi, in Bulgaria; talmente tante che è impossibile prender sonno. E poi ancora un villaggio della profonda Macedonia - Strumica - dove al tramonto i contadini depongono la vanga per prendere tromba e clarino e la valle intera si riempie di musica come se Dioniso stesso la abitasse con la sua corte.
Balcani. Sono il bordone interminabile di un archimandrita in una chiesa della Dobrugia in Romania, dove a distanza vedi un nero serpente di uomini e donne affluire sulle colline, in fila per uno, al funerale di un uomo pio. Balcani sono una banda di Rom capaci di suonare 48 ore di fila a una festa di matrimonio nella polvere della Puszta ungherese; sono un'armata di duecento cornamuse - non so se avete un'idea di che cosa significa - che suonano insieme sui monti della Stara Planina, gonfie come l'otre dei venti di Odisseo.
Balcani sono il periplo mediterraneo di una parola araba, "Sevdah", che significa "negra bile", la grande madre dei salti umorali, della nostalgia e dell'innamoramento, parola che con l'armata islamica raggiunge la penisola iberica e si ibrida col latino trasformandosi in "Saudade"; quella "dolce malinconia" (di una terra perduta) che secoli dopo gli ebrei, esiliati dai re cattolici, porteranno con sé nella nuova terra, ancora una volta islamica, l'impero turco, per generare quegli struggenti capolavori di musicalità popolare che sono le "Sevdalinke", parola dall'etimo trasparente, le canzoni d'amore della Bosnia.
Balcani sono una pastorella bulgara di nome Valja, che di cognome fa anche Balkanska. Una bambina di mezzo secolo fa che canta seduta su un muretto e affascina due stranieri a caccia di musiche antiche. E' quel suo canto millenario dal ritmo impossibile che viene catturato da un registratore e spedito nello spazio in un satellite, assieme ad altre canzoni del pianeta Terra, per consegnare agli Alieni qualche testimonianza sublime delle voci del nostro mondo.
Balcani sono il frusciare delle foglie di una foresta impenetrabile di nome Perucica, persa nelle gole del più segreto Montenegro, una selva primigenia dove si dice abiti la sorgente dell'energia creatrice e distruttrice di un mondo. Sono, anche, il mormorio di Sava, Drava, Tibisco e Timis che vanno a confluire in un'unica, sterminata terra di acque e di popoli, in bilico fra Ungheria, Serbia, Croazia e Romania, paradiso dei migratori, degli anarchici e dei battellieri.
Balcani sono il greco Panaiotis che in una notte senza luna ti porta sulla montagna a vedere un uliveto più antico di Cristo e ti fa sentire lo scricchiolio delle stelle d'ottobre sopra una prateria di rosmarino; sono delfini che accompagnano in silenzio la tua vela verso il fondo del golfo di Corinto, fra l'Erimanto, l'Elicona e il Parnaso carichi di neve fuori stagione; sono lo stormire delle grandi querce di Dodoni in Epiro, alberi sacri dove il fauno si sente ancora a suo agio.
Balcani sono quella continguità di mare e montagna che scatena i venti gelidi di Borea, la scarpata che precipita sulla Dalmazia, terra di marinai scesi da valli impervie; sono le Bocche di Cattaro (Kotor), il fiordo dell'ultimo Adriatico dove i tuoni rimbombano anche quattro volte e il fondo della baia si nasconde tra le rocce come dietro un iconostasi durante la celebrazione dei santissimi misteri.
Balcani sono il canto di Ljubo, il battelliere, che entra con la chiatta lungo il Danubio fin dentro le ombrose porte di Ferro, la stretta montagnosa fra Serbia e Romania; sono il suo ritmare le note di un "kolo" per avvertire gli amici del suo arrivo, sono l'eco che cambia dopo la grande diga di Turnu Severin, col vento del Sud che invade la pianura e il fruscio delle spighe d'orzo a Brza Balanka.
Balcani sono lo sferragliare di un treno d'inverno che, passato il fiume d'Europa su un lungo ponte di ferro, entra in Bulgaria, cerca le montagne in mezzo a muraglie di neve. Un vecchio Orient Express pieno di spifferi gelidi dove una donna sui cinquanta mai vista prima, seduta di fronte, ti chiede dopo cinque minuti "sei felice?" e tu ti accorgi che erano vent'anni che nessuno ti faceva quella domanda.
Balcani sono anche il Bosforo con la neve, quando la gola si trasforma in un fiordo norvegese, tra le grida dei muezzin e il tagliente ululato del vento; sono la tramontana che spazza il ponte di Galata, e un vecchio che, nelle stradine del colle di Pera, senza una parola ti porge un thè color dell'ambra perché ha capito che hai freddo.
Balcani è accorgersi che tutto finisce e tutto si capisce lì, nelle vie segrete della seconda Roma, Costantinopoli, dove la Grande Porta ha fatto il nido con la naturalezza di un granchio che sceglie per casa una conchiglia vuota, in quella città dove si va per annusare l'odore di acciughe, di sgombri e pesce spada affumicato, solo per ascoltare la ressa sui moli, il muggire del ferry nella nebbia, il cigolio dei pontoni e le urla dei gabbiani reali sul bazar. Nella mia ballata in versi "La cotogna di Istanbul", dico che è impossibile capire la Bosnia, intesa come quintessenza dei Balcani, se non ti immergi e non ti perdi per una volta almeno nei vicoli del Corno d'Oro.
Balcani, una terra di cui non puoi capire "il suo destino, la sua soggezione / a un potere lontano e imperscrutabile / il suo odore di cuoio e sigarette / l'occhio caucasico delle sue donne / la sua vitalità e la sua tristezza / non puoi capire, se sei forestiero / la pazienza infinita dei suoi vecchi / e il rito misterioso del caffè / che va centellinato sul divano / se non vieni sul Bosforo e non guardi / dai moli di Beyoğlu e Karaköy / il fiume umano che arriva dall'Asia / e nella notte non vedi il pulsare / intermittente del piccolo faro / di Kandilli Feneri, appena oltre / le luminose vetrate e il giardino / del palazzo reale di çiragan".
E davvero non puoi capire nulla dei Balcani, se non vedi quel piccolo lume che ti chiama, luce dispersa alla fine del mondo, la sola cosa immobile in un traffico di navi, pesci, uomini e gabbiani.
Per me, e non solo per me, quel mondo è riassunto ancora da uno stato che non c'è più, di cui si pronuncia il nome solo con una "ex" davanti: la Jugoslavia, di cui rimane vivo, ad accomunare controvoglia i Paesi nati dalla sua frammentazione, il solo prefisso telefonico "0038". Ho seguito la guerra spaventosa che ha lacerato la vecchia federazione, e ne avrei di cose da raccontare. Ma se mi chiedono che cos'era quel mondo, racconto una piccola storia. Questa.
Un giorno capitai a Ohrid in Macedonia a bordo della mia vecchia Renault. Sarà stato il 1985 e sembrava il momento più felice del Paese. Tito era morto, i controlli alle frontiere erano meno severi, da Lubiana al confine greco impazzava la libertà di parola, c'erano feste e belle donne dappertutto, e solo pochi pessimisti cominciavano ad avvertire il male oscuro che di lì a sei anni avrebbe mandato a picco la repubblica federata. In questo clima giunsi in paese. Un posto incantevole, affacciato su uno dei laghi più belli d'Europa, a due passi dall'Albania ancora blindata nel regime.
La macchina era guasta, proseguiva tossicchiando a balzi, e io dovevo urgentemente registrare le cosiddette "puntine". Così andai in un'officina a chiedere per favore un cacciavite e una chiave inglese per fare il lavoro per conto mio. C'erano amici che mi aspettavano per cena a Salonicco e volevo fare in fretta. E lì accadde l'imprevedibile. Sentita la richiesta, i meccanici interruppero il lavoro e si consultarono, discutendo animatamente. Non capii subito che, trattandosi di un'impresa autogestita, dove gli operai stessi erano proprietari degli strumenti di lavoro, la mia richiesta aveva provocato un'assemblea.
Il problema era di lana caprina. La tradizionale ospitalità balcanica impediva che io fossi abbandonato al mio destino, ma nello stesso tempo i regolamenti dell'autogestione proibivano l'alienazione di chiavi inglesi e affini. La mia richiesta era impraticabile e i meccanici stavano letteralmente sbranandosi per fornirmi una via d'uscita. L'assemblea durò un'ora e mezza, e io vi assistetti affascinato fino a quando il capo della masnada venne da me con la soluzione. Il lavoro l'avrebbero fatto loro, e gratis.
Nel frattempo era arrivato un melone, cui seguì un piatto di prosciutto salato. Era chiaro: quel giorno non sarei arrivato a Salonicco. Quanto si annunciava era assai meglio. Una vecchia nerovestita arrivò con olive, formaggio caprino e della rakija alle prugne, e intanto il lavoro attorno alla mia macchina aveva paralizzato l'azienda. I meccanici erano tutti lì, a metterci le mani fumando e scambiandosi battute sotto il sole ardente di Macedonia. Giunsero così le due del pomeriggio, ora di fine lavoro (in Jugoslavia vigeva l'orario unico di otto ore dalle sei dal mattino) e la macchina mi fu puntualmente riconsegnata. Ringraziai, senza sapere ancora cosa mi aspettava.
Quello che accadde è che il capo dell'officina - un turco di antica ascendenza ottomana - mi invitò a casa, e poiché costui aveva preventivamente allertato la moglie, quando vi arrivai, già bello allegro, trovai la tavola imbandita e due vecchine cartapecora - anch'esse in nero vedovile - intente a fare la spola con la cucina. Si sedettero solo gli uomini: l'azienda autogestita, il padre del capo, e l'italiano in transito. "Ti abbiamo fatto il kebab" mi fu detto e scoprii qualcosa di assolutamente diverso a quanto avevo mangiato finora. Non più un panino con i soliti "trucioli" di carne tolte col coltello dal girarrosto, ma una "pita" del diametro di un metro dove i frammenti di carne erano stati distesi con uno strato uniforme.
Bevemmo altra rakija propiziatrice, il capo si pulì le manone nere d'olio di macchina, arrotolò con vigore il doppio strato di pita e carne arrosta formando un cilindro ben pressato che affettò a medaglioni, poi dispose i dischi spiraliformi su un grande piatto di portata di rame. Infine mise in mezzo al piatto due ciotole, una con salsa di peperoncino infuocato e una - più grande - con yogurt per spegnere l'incendio procurato dalla prima. La distribuzione del cibo fu un rito compiuto con serietà cerimoniale, poi esplose l'allegria.
Quella fu solo la prima di molte portate. Il pranzo divenne cena senza soluzione di continuità, al tramonto vennero trombe e clarinetti, e quando andai sul retro a far pipì scoprii che la mia macchina era stata portata nel cortile della casa e lucidata a dovere, mentre donne invisibili mi avevano preparato un letto con lenzuola ricamate di lino. Rinunciai alla Grecia, rimasi a Ohrid tre giorni e non fui mai sfiorato dal dubbio che dì lì a poco quel paese delle meraviglie sarebbe franato nel sangue.
Ecco, questi sono per me i Balcani. E perdonatemi se non vi ho parlato di guerre e secessioni, ma di note bastarde, voci e frequenze che bucano i confini, ignorano i visti, i passaporti e le lingue, per andare dritti al cuore dell'uo




mercoledì 9 luglio 2014

Malta e Gozo...una vacanza dal sapore di un viaggio

Un mese fa preciso era il mio primo giorno a Malta, il tempo è volato in vacanza, ma è volato ancora di più al mio ritorno e ancora non ho scritto di lei, di lei e della sua "sorella minore" Gozo.

L'idea del viaggio a Malta è nata a Febbraio, ero a casa in malattia, annoiata smanettavo sul sito della Ryan Air e provavo a vedere i costi dei voli in qualsiasi parte d'Europa nella settimana dal 7 giugno al 14 gugno, periodo del mio spring break e....zac!!! Su Malta volo a/r per 3 persone 450 euro (includendo bagaglio da imbarcare e assicurazione annullamento): prenotato!!

D'altronde Malta era nella nostra wish list da anni, da quando mio marito aveva letto "Religion" , uno dei suoi libri preferiti ambientati proprio sull'isola e da quando aveva scoperto che sempre a Malta e Gozo hanno girato alcune scene di "Game of Thrones" .

Le aspetttive erano molto alte e purtroppo in parte sono state disattese. L'ho trovata nel complesso un’isola interessante, tante cose da fare e vedere pur essendo così piccola( e noi non siamo nemmeno riusciti a farle tutte perchè avendo la Pulci abbiamo voluto rispettare le sue esigenze da treenne) ma devo dire che non me ne sono innamorata. La cosa che non ha fatto scattare la scintilla credo che sia l’esagerata urbanizzazione dell’isola, gli ecomostri anche nelle baie più belle e il traffico intenso percepito ancor maggiormente per il fatto che abbiamo soggiornato a Mellieha in pieno centro e che non ci fosse uno straccio di isola pedonale (su 450.000 abitanti Malta conta 350.000 auto!!!!)


Questi sono stati i "contro", ma ci sono stati anche tanti "pro"...


E' stata una vacanza rilassante e allo stesso tempo ci siamo arricchiti, abbiamo vissuto questa vacanza come un breve viaggio perchè abbiamo scoperto uno Stato nuovo il cui popolo ha una forte personalità e un forte senso di appartenenza (lo si denota da come cercano di valorizzare anche la torre di guardia più “insignificante” con cartelli esplicativi in più lingue o da come all’ingresso delle spiagge anche “selvagge” come Tuffieha Bay ci siano cartelli con cenni storici e sull’eco sistema, si percepisce proprio che sono orgogliosi della loro isola). 
I maltesi poi si sono rivelati un popolo oltremodo gentile e disponibile. Con la mia bambina ho trovato persone adorabili nei ristoranti e nei bar, tutti avevano una parola carina per lei e un pensiero speciale (che fosse la rapidità con cui servivano prima lei piuttosto che noi adulti o che fosse una caramella in regalo…) e ho apprezzato che anche nei bar in spiaggia ci fosse sempre un kids menù

Porto de La Valletta 

Co-Cattedrale di San Giovanni

Bovindi in un vicolo della capitale

Bovindi in un vicolo della capitale

Abbiamo apprezzato La Valletta, che anche solo per la Co-Cattedrale di San Giovanni vale il viaggio, all'interno sono custoditi due dipinti del Caravaggio, e abbiamo adorato Mdina, con le sue pittoresche vie silenziose e pulite, le bouganville che spiccavano sulla pietra dorata. 

via di Mdina

scorcio pittoresco a Mdina

vicolo silenzioso a Mdina



Mi è piaciuto il porto di Marsaxlokk con il suo vivace mercato, i pescatori che aggiustavano le reti e i Luzzi, ovvero le tipiche imbarcazioni Maltesi a tinte vivaci e con l'occhio di Osiride dipinto per portare fortuna, che ondeggiavano sull'acqua. Ho adorato la Tuffieha Bay e apprezzato la Golden beach, mentre delle altre baie sono rimasta un po' delusa. 
la piazza di Marsaxlokk

i luzzi, tipiche imbarcazioni maltesi

un Luzzo, con l'occhio di Osiride

Ghain Tuffieha Bay 


Belle anche le scogliere a Dingli e bella Rabat dove siamo stati fermati da due vecchietti che ci hanno visto fotografare i bovindi della loro casa natale. Volevano conversare un po' italiano, che a loro parlare la nostra lingua piace, ci han detto.

Bovindi di Rabat



Ah ecco…i bovindi e le porte di Malta…è stato amore!!! Non so quante foto ho scattato!!





Il mare mi ha un po’ deluso, mi aspettavo di più…non era pulitissimo e i colori anche dove era pulito non erano granchè, forse per la sabbia scura, spesso era sabbia rossa e magari per questo motivo i colori del mare non erano spettacolari, ammetto però che non sono stata ad Armier Bay e nemmeno nella laguna a Comino, quella credo sia spettacolare, ma non ci sembrava una gita adatta con una bimba di tre anni perchè si sarebbe trattato di passare più di mezza giornata su un'isola semideserta senza nemmeno una vera e propria spiaggia.

Paradise Bay

Golden Bay

Golden Bay



Gozo invece meriterebbe un capitolo a parte, anzi forse meriterebbe un viaggio a parte. 

fiori dell'aglio

caletta in fondo alla più ampia Ramla Bay

Ramla Bay


Gozo, a differenza di Malta, mi ha fatto innamorare. Ci siamo imbarcati presto la mattina con la
nostra macchina presa a noleggio alla Hertz e siamo rientrati la sera alle 8, le spiagge di San Blas e Ramla Bay sono spettacolari, di Ramla Bay si può godere una vista magnifica dalla grotta di Calypso.

Ramla Bay dalla grotta di Calypso


E le saline?? La mia guida le accennava soltanto, ma meritavano più di un cenno: paesaggio pazzesco, scorci bellissimi e un’atmosfera d'altri tempi che non so descrivere. Ho parlato con la signora che vendeva il sale come souvenir, è la figlia dei due signori che ancora lavorano nelle saline, lavorano il sale a mano, in modo del tutto naturale, non è trattato, è puro al 100% (fatta scorta!), "E' un duro lavoro" mi ha detto quando ho provato a trattare sul prezzo dei sacchetti di sale grosso che avevo acquistato come souvenir da portare a parenti e amici, facendomi così intendere che non poteva fare sconti.


spaiggia di ciottoli vicino alla zona della saline

paesaggio lunare - Gozo

formazioni rocciose nei pressi delle saline

le saline

Le saline


E poi la zona di Dwejra, con le sue formazioni rocciose come la famosissima Azure Window e il pittoresco Inland sea ...che forza la natura! Se ci fosse stato il mare mosso sarebbe stato ancora più scenografico!

Azure window

Dwejra

Peccato non aver visitato il capoluogo di Gozo, ma proprio non c'era più tempo.


Come potete intuire, tirando le somme è stata una bellissima esperienza, non credo tornerei a Malta (a Gozo invece sì, magari 4 gg di puro relax per staccare), ma questa settimana l’ho percepita come un viaggio e non come una semplice vacanza e questo per me fa la differenza.

INFO PRATICHE:

COME ARRIVARE: voli low cost con Ryan Air http://www.ryanair.com/it/ oppure traghetto da Modica, in Sicilia http://www.directferries.it/traghetti_da_sicilia_per_malta.htm

COME SPOSTARSI: noi abbiamo preferito noleggiare un auto tramite la Hertz, i prezzi erano molto competitivi avendo la convenzione con la Ryan Air. Tenete presente però che la guida è sulla sinistra con il volante a destra, come nel Regno Unito , quindi vi consiglio di fare la Full Insurance (capiterà di colpire qualche specchietto se non si è abituati a guidare "all'inglese") . Se per questo motivo o per questione di budget non volete noleggiare l'auto, la rete dei bus è molto capillare, vi sposterete agevolmente per tutta l'isola anche con i mezzi pubblici, i biglietti possono farsi direttamente a bordo. 
Per andare a Gozo, il traghetto parte da Cirkewwa e arriva a Mgarr e il biglietto si paga al ritorno.

DOVE DORMIRE: noi abbiamo soggiornato a Mellieha agli Splendid Apartments, i cui proprietari hanno anche una Guesthouse (scartata però perchè  i bagni erano al piano) e una super villa di lusso con piscina. La casa era molto grande, fin troppo! Un piccolo soggiorno con TV Sat e piccolo balconcino, una cucina attrezzata, bagno, una cameretta ideale per due bambini, una spaziosa camera matrimoniale e un bellissimo e ampio terrazzo. Purtroppo la casa si affaccia dal lato della camera matrimoniale sulla via principale di Mellieha che è molto trafficata. Karen Sciberras, la proprietaria, non parla italiano, ma un poco lo capisce, ovviamente parla Inglese quindi capirsi non è un problema. E' stata carinissima e sempre disponibile, la casa quando siamo arrivati era pulitissima, poche volte ho trovato una pulizia simile in una casa-vacanze. 

MANGIARE: pensavo che mangiare fuori a Malta fosse più economico, invece costava più che in Italia. La media era 23 euro a portata (per portata intendo secondo con contorno, i primi piatti venivamo inseriti nella lista degli Starters ovvero degli antipasti, costavano 8 euro la porzione "da antipasto", 12 euro minimo la porzione abbondante come siamo abituati in Italia quando si ordina un primo piatto). Il coniglio è il piatto tipico, cucinato in vari modi viene proposto in tutti i menù. Ovviamente la cucina è influenzata molto dall'Italia e moltissimo dall'Inghilterra, infatti il menù straripava di chicken nuggets, fish and chips e così via...
Non so se siamo stati sfortunati noi, ma non ho trovato nessun ristorante che mi abbia entusiasmato. L'unico, tra quelli provati, che merita di essere menzionato è Il-Mithna , anche solo per la location, infatti il locale è ricavato da un antico mulino del 1600. La cucina è molto curata e i piatti del menù sono piatti della tradizione maltese rivisitati in chiave moderna! Voto 7,5.

MALTA CON I BAMBINI: 
piccole viaggiatrici crescono


Sicuramente l'isola è perfetta per una vacanza in famiglia. Gli spostamenti sono brevi, in ogni ristorante c'è un menù per bambini e seggioloni per i più piccoli, le spiagge di sabbia della Marfa Peninsula si prestano a mille giochi e il fondale rimane basso per decine di metri, quindi molto sicuro anche per i bimbi più piccoli. 
Se poi dovesse esserci brutto tempo avete ben tre alternative:
-   l'acquario nuovo di zecca (Malta National Aquarium);
- il Villaggio di Braccio di Ferro (Popeye Malta), che fu il set cinematografico dell'omonimo film della Disney girato negli anni '70 ad Anchor Bay;

Di queste tre attrazioni noi abbiamo provato il Villaggio di Braccio di Ferro, l'ultimo giorno prima della partenza, visto che non volevamo bagnarci (tutta teoria...abbiamo avuto un'avventura a dir poco Fantozziana, ma di questo vi parlerò in un post a parte) andando al mare non avendo la possibilità di tornare in appartamento a fare la doccia. 
Il Parco costa circa 10 euro per gli adulti e 8 euro il ridotto, incluso nel prezzo c'è un giro in barca di  15 minuti ad Anchor Bay e grotte appena fuori la baia.Oltre al set interamente visitabile dove alcune casette del villaggio sono state trasformate in museo (si trova il merchandising dell'epoca, andava molto di moda Braccio di Ferro)  c'è un minigolf e un mini villaggio di Babbo Natale che col caldo che faceva assumeva un'aria davvero kitsch... C'è anche un'area solarium che dà sulla baia e una piccola piscina per bambini con alcuni scivoli. Mia figlia si è divertita tantissimo, non voleva più andare via. Tuttavia a me il villaggio è sembrato un po' squallido e tenuto male, avrebbe bisogno di manutenzione.
Ci sono anche parecchi playgrounds, noi abbiamo provato quello di Mellieha, proprio dietro la Chiesa, e quello prima dell'ingresso a Mdina. Una mamma blogger, Mary, ha un bellissimo blog che si chiama Playground around the corner e proprio l'altro giorno ha fatto un post dedicato a Malta, vi invito a visitare la sua pagina, c'è anche una App da scaricare, per scoprire o recensire i parchi gioco in giro per l'Europa.

QUANTO CI E' COSTATO IN TOTALE IL VIAGGIO? 
- VOLO a/r per tre persone (incluso extra per bagaglio da 20 kg da imbarcare in stiva e assicurazione annullamento): 450 Euro;
- NOLEGGIO AUTO per 7 giorni con Full Insurance: 216 Euro;
- APPARTAMENTO in affitto per 7 giorni: 350 Euro;
TOTALE: 1016 Euro in tre persone

venerdì 4 luglio 2014

TORNARE, il mio perchè...

Quando ero ggggiuovane, ovvero parlo di 14 anni fa ormai, frequentavo alcuni forum di anarchici, punkettoni e rockettari e alla fine c'era sempre qualcuno che apriva la discussione con la D maiuscola: cosa era davvero punk e cosa no? 
Nascevano discussioni infinite e sterili "no, tu non sei punk perchè ascolti gli Offspring, se ascolti gli Offspring sei come tutti gli altri, sono commerciali, troppo commerciali, sono dei venduti"...
Oppure "non sei punk se non hai comprato tutti i vestiti che indossi alla fiera di Sinigaglia, e no...se porti i pantaloni a zampa di elefante sei un hippie di merda, never trust a hippie..." e cose così, che ora quando le ricordo sorrido e ripenso a noi, a quei tempi con tenerezza, perchè pensavamo davvero di essere diversi, che il capitalismo è il male e che noi non dovevamo essere schiavi della società, non volevamo nemmeno avere il cellulare...e ora (me compresa) ci sono greggi di persone che invece di camminare per strada guardando il cielo (o magari per terra..) camminano tutti con la testa abbassata sullo smartphone , andatura rallentata e pollici che smanettano...

Ma va beh, sto divagando..non volevo arrivare a quello...volevo dire che ora le stesse discussioni "inutili" vanno molto di moda sui blog di viaggi, solo che The Big Question è "Chi è il vero viaggiatore? Cosa fa la differenza tra viaggiatore e turista?" e giù a "scannarsi" ...che guai a dire che vai in albergo e non in ostello, guai a dire che sì, ti piace avere il bagno in camera e che viaggiare per te non vuol dire per forza essere scomodi e dividere il bagno con 20 sconosciuti (è un po' come quando andavo ai concerti che dovevi andare sempre nel centro sociale più sgarrupato e puzzone, che se andavi all'Alcatraz ti eri venduto, non andava mica bene...e no...) .
Delle molteplici risposte c'era un punto che più o meno metteva d'accordo tutti: viaggiare significa spostarsi continuamente, dormire quasi ogni notte in un posto diverso, vedere e scoprire il più possibile. 
Se sono assolutamente d'accordo che viaggiare non significhi chiudersi in un villaggio turistico a Playa del Carmen e bere latte di cocco sotto le palme tutti i giorni, non sono d'accordo sul fatto che per essere un vero viaggiatore si debba:

- dormire ogni notte in un posto diverso;
- non prenotare nulla e andare all'avventura; 
- andare per forza Oltreoceano, che se un viaggio non è a lungo raggio e possibilmente in Sud America allora è una vacanza;
- essere continuamente in movimento, visitare quante più cose possibili;

In fondo non mi interessano le etichette, io però mi sento una viaggiatrice, di questo sono certa. Ma sono una viaggiatrice Slow, ho capito che i miei ritmi sono lenti anche nel viaggiare. Per me viaggiare vuol dire scoprire, cercare di calarsi nella realtà locale che sia in Chiapas o nella Valle d'Itria. Per me viaggiare vuol dire anche e soprattutto fermarsi  e così assorbire suoni, odori, contorni, modi di vivere, usanze...

Sono lineare nel mio viaggiare. Come nelle letture. Se scopro un autore e me ne innamoro prima di leggere altro devo leggere tutti i libri che ha scritto, approfondire.

Questo mio modo di viaggiare a volte implica il fatto di dover (voler) tornare. Sottovalutiamo la bellezza di un ritorno, troppo presi come siamo a vedere quanti più posti possibili nel minor tempo possibile . Cosa posso capire di un luogo se è un continuo correre di qua e di là per piantare "invisibili" bandierine giusto per poter dire "io ci sono stato"?

E così farò. Io tornerò. Ancora Balcani, sì, ancora loro. Le viscere d'Europa. 
Una cara persona mi ha detto che a lei non piace tornare nello stesso posto perchè ha paura che non sia più all'altezza di come se lo ricordava, ha paura di rimanere delusa.

Anche io ho paura...paura di ritornare a Sarajevo. La città che mi ha rapito un pezzo di anima. Quando ci sono stata 5 anni fa è stato più che un viaggio una sorta di pellegrinaggio, è stato rendere omaggio alla città che forse ha più sofferto durante il conflitto degli anni '90. Una città più unica che rara. In quale altra città d'Europa puoi trovare una Sinagoga, una Chiesa Cattolica, una Chiesa Ortodossa e una Moschea nel raggio di 500 metri? Donne con il velo che prendono il tram e ridono con un'altra coetanea in minigonna? Una città dove tutto è il contrario di tutto. 
Una città che ha resistito a un assedio durato 5 anni durante i quali non ha rinunciato alla sua dignità.

Il mio viaggio del 2009 è stato rivolto al suo passato, ho cercato la Sarajevo dove è scoppiata la scintilla della prima guerra mondiale, ho cercato la Sarajevo degli anni '80, quella delle Olimpiadi, quella dell'ottimismo, quella dei teatri sempre pieni, delle kafane dove suonavano gruppi rock ogni sera. 
Ho cercato la Sarajevo della guerra, la Sarajevo che ha resistito e che alla fine non ha nè vinto, nè perso, perchè comunque ne è uscita cambiata, stuprata nell'anima. 

Ora tornerò per vedere la Sarajevo di oggi. E ho paura di quello che vedrò, di quello che (non) troverò. Ho paura di un'assenza. 
Ho paura di vedere un sogno infranto. La Sarajevo che non è più. Dove guarda la Sarajevo del 2014?

E niente...devo tornare. 

 

giovedì 3 luglio 2014

#sensomieiviaggi: i cartelli dei miei viaggi

A volte sarebbe bello avere qualcuno che ci indichi la via giusta da seguire anche in senso metaforico, non sempre è facile prendere delle decisioni, a volte brancoliamo nel buio, a volte ci perdiamo...ma anche perdersi può essere bello, si scoprono nuovi orizzonti che prima ignoravamo...
Di sicuro c'è una direzione che non sbaglio mai...quella per andare a mangiare al ristorante!!

Ristorante Tramontana a Beli - Cres
E così ecco che un caldissimo mezzogiorno dell'Agosto di due anni fa trovammo questa buffa indicazione..."Buffet Tramontana" e invece della freccia per indicare la direzione una lisca di pesce! Io l'ho trovato adorabile!

Dopo una bella mangiata al ristorante e dopo qualche bicchierino di troppo, può capitare di dover correre in bagno...e allora mi raccomando, vedete bene di centrare il buco giusto...in questo bagno di un ristorante di Cracovia c'è quello per la Vodka (wodka), quello per la birra (piwo) e quello per l'acqua (woda)...


bagno del ristorante Pod Wawelem

Non lo trovate spassosissimo?

Oh cavolo...avevo introdotto l'argomento in modo così "poetico" ed è finito tutto in Mer cacca...

Cercherò di recuperare con l'ultima foto...

Quando arrivammo a Matala era mezzanotte, ma ci fiondammo subito in spiaggia...fummo accolti dalla spiaggia deserta (a Matala c'è solo quella, con la sua scogliera bellissima e una via con i ristorantini e i disco pubs) e dalle scogliere illuminate...Una scritta sul muro proprio sotto la scogliera ci diede il benvenuto e io pensai subito che fosse di buon auspicio per una vacanza spensierata, senza tempo...


"Welcome to Matala! Today is life, tomorrow never comes"

Matala
Della serie "Non pensare a che direzione prenderà la tua vita domani, il domani non esiste...conta solo il presente...la vita è ora"

Con queste foto partecipo all'appuntamento mensile "Il Senso dei miei Viaggi", questo mese capitanato da Monica Liverani